Da piccola adoravo la Pasqua.
Per il cioccolato ovviamente, che mangiavo in quantità industriale contando le uova mie e di mia sorella per vedere chi ne avesse di più e constatando desolata il rapporto inversamente proporzionale tra età e numero di uova. Gli ultimi anni abbiamo mangiato quelle di Tommaso anche se, ora che il nano ha passato i due anni e ha avuto il via libera dalla pediatra, la vedo dura.
Poi la adoravo per la caccia al tesoro, che i miei genitori organizzavano per me e i miei cugini nel giardino, con cruciverba, passi da contare, indovinelli e puzzle da ricostruire. E alla fine, solo alla fine c'era l'uovo di cioccolato.
E poi adoravo decorare le uova sode per la colazione.
Abbiamo iniziato colorandole coi pennarelli, ma il colore passava attraverso il guscio e mangiare delle uova celesti e verdi faceva impressione a tutti. Allora le abbiamo vestite e trasformate in fatine, angeli, re, regine, frati. Che quando le portavamo a benedire in chiesa, il sabato pomeriggio, e si vedevano i cappellini a punta e le barbe finte spuntare da sotto il tovagliolo, mi vergognavo da morire. Mi sembrava quasi di prendere in giro un simbolo vecchio di millenni, quasi un sacrilegio.
E mia mamma invece mi diceva di no, di non preoccuparmi, e che, se solo le avesse viste, a Don Luigi quelle uova sarebbero piaciute tantissimo.
Forse bisognava essere mamma per capirlo.
Perchè, significato religioso o meno, oggi so che passare un intero pomeriggio io insieme a mia sorella e mio cugino a parlare, scherzare e preparare con cura qualcosa che tutti avrebbero mangiato due giorni dopo, era un atto d'amore bellissimo.